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Annunciazione, una narrazione “ad arte”

Una piccola ma originale e preziosa esposizione che verte sul tema dell’Annunciazione ha aperto la serata del 13 dicembre in Galleria Baroni. La mostra comprende oggetti e opere di epoca ancora medievale, come il piviale o il frammento ligneo dipinto con l’angelo annunciante, per passare ad autori di primo Novecento, come Francesco Wildt (1868 – 1931) e Francesco Nonni (1885 – 1976), fino al contemporaneo, con una selezione di opere a cura della Fondazione Crocevia.

A introdurre la conferenza del 13 dicembre – “Il sì di Maria. Iconografia dell’Annunciazione” – il professor Sergio Baroni, che ha presentato i relatori: la giornalista Silvia Giacomoni, autrice della Nuova Bibbia Saleni, la scrittrice Laura Bosio, autrice del romanzo Annunciazione, Luigi Codemo, direttore della Galleria di Arte Sacra dei Contemporanei sita in Villa Clerici, a Milano.

Con una carrellata di immagini delle opere esposte, il professor Baroni ha illustrato il percorso espositivo, che parte da oggetti antichi e dall’iconografia originale, come il citato piviale, un ovale in avorio a bassorilievo, due frammenti in pietra seicenteschi, due opere di primo Novecento – un bassorilievo di Francesco Wildt e due sculture di Francesco Nonni – per arrivare ad autori contemporanei promossi dalla Fondazione Crocevia: Daniela Alfarano, Mauro Davoli, Massimiliano e Omar Galliani, Max Mandel, Michele Ranzini.

La serata si è svolta come un viaggio nell’iconografia, nell’iconologia, nella narrazione di testi sacri fino alla letteratura e alla poesia moderne per sondare un tema che affascina gli artisti da secoli.

I video dell’evento “Le selve di Dante”

I video completi della serata dedicata alle selve dantesche, con lettura e commento di Alberto Cristofori di Inferno I e XIII e di Purgatorio XXVIII, lettura a cura della scrittrice Laura Pariani della traduzione di Inferno I in milanese di Carlo Porta e presentazione del libro di Pariani “Per me si va nella grotta oscura”.

Profili illustri in pietra lavica

E’ tipico dell’Ottocento, fino ai primi del Novecento, l’uso della pietra lavica per i cammei, come vediamo in questa serie di profili illustri al centro dei quali, in basso, c’è Dante Alighieri. Lo accompagnano, da sinistra a destra, Socrate (in alto), Ariosto (in basso), Alessandro Magno, Aristotele (al centro, sopra Dante), Platone, Virgilio (in alto), Tasso (in basso). I quattro poeti sono caratterizzati dalla corona di lauro e si nota, tra l’altro, come il profilo dantesco sia stato migliorato (rendendo meno adunco il naso) secondo i canoni estetici di epoca neoclassica. I cammei sono custoditi in una piccola teca di legno ebanizzato, a comporre una raccolta, in linea con la moda del collezionismo ottocentesco. Lo stile, come accennato, risente ancora del gusto estetizzante della fine del XVIII secolo. Dovevano appartenere a una serie più grande, poiché sei visi guardano a sinistra e due a destra e se ne deduce che dovevano essere accoppiati, probabilmente a formare un gioiello e si direbbe una collana con pendenti. Difficile stabilire l’esatta zona di produzione, ma molto probabilmente è napoletana, in quanto nella città partenopea l’arte neoclassica si sviluppò in tutte le sue espressioni artistiche.

L’arte glittica ha origini antichissime per il fascino esercitato dalle pietre, alle quali si attribuivano poteri taumaturgici e che si prestavano a una lavorazione artistica per la creazione di gioielli. Tante le pietre usate: sardonice, corniola, diaspro, ambra, ma anche altri materiali, come le conchiglie e, appunto, la pietra lavica nelle varie tonalità, dal bianco al grigio in varie sfumature, al rosato. Era un materiale più povero, adatto a una produzione che si era fatta seriale, in cui si cimentava un numero sempre crescente di aspiranti incisori. I grandi periodi del cammeo furono il primo Impero romano, sotto Augusto, e il Rinascimento, che vede in Firenze una delle fucine più prestigiose. La grande ripresa del cammeo subentra in epoca neoclassica, dopo le scoperte degli scavi di Ercolano e Pompei, quando viene imitata l’arte antica: greca, romana, ma anche etrusca ed egiziana.

 

Il retroscena di “Ademollo”

Questa vecchia foto che ritrae Gianni Versace e Sergio Baroni nei primi Anni 80, ci rimanda elle origini della mostra “L’affresco neoclassico nella vena creativa di Luigi Ademollo”. Alla fonte c’è infatti una storia di amicizia e di rapporti professionali tra Sergio Baroni e Gianni Versace.

ademollo-3Così racconta Baroni: “Ho conosciuto Gianni Versace nei primi Anni 80, quando ancora non si era trasferito a Milano e quando, per motivi familiari, mi recavo a Reggio Calabria a trovare mia sorella. Versace allora non era lo stilista noto in tutto il mondo che sarebbe poi diventavo. La stima reciproca nata allora sfociò in seguito in una collaborazione professionale. Al suo trasferimento a Milano, infatti, Gianni mi chiese di entrare nel suo ufficio stampa, dove lavorai assieme ad Anna Zegna: lei si occupava dei rapporti con la stampa, io degli eventi speciali. Parallelamente continuavo a coltivare il mio interesse per le arti decorative e l’antiquariato e le competenze sviluppate negli anni precedenti in questo settore mi permisero di offrire la mia consulenza su arredi e oggetti per Gianni Versace. Appassionato dello stile neoclassico, egli volle arredare la sua villa sul lago di Como completamente in questo stile, dedicando un’intera stanza a Luigi Ademollo. Osservandone le opere è facile capire come questo originale artista fosse nelle sue corde: i colori, i voluminosi drappeggi dei costumi, la drammaticità teatrale… tutto coincide con il gusto Versace. Io avevo già avuto modo di apprezzare Ademollo a Pietrasanta, dove viveva allora mio fratello, e a Pisa, città che frequentavo perché vi abitava mia sorella, diventandone. Lo potei apprezzare anche in altre città toscane: Firenze, Arezzo, Siena, Lucca… diventandone a mia volta un estimatore. La ricchezza, l’originalità, la fantasia, la sfarzosità delle vesti, la drammaticità dei gesti, l’accento sull’effetto scenografico che manda in secondo piano il rispetto dei canoni accademici e delle proporzioni anatomiche (si vedano gli arti possenti, le grandi teste e le voluminose capigliature) in una parola la sua personalizzazione antiaccademica dello stile neoclassico mi colpirono immediatamente. Una volta dispersa la collezione, cercai infatti di reperirla tramite aste, integrandola con opere da collezioni private e oggi sono felice di portare l’attenzione a un artista, grande affrescatore, fino a oggi a mio parere ingiustamente trascurato.”