Espressioni artistiche dell’Annunciazione

Si è inaugurata il 13 dicembre in Galleria Baroni una piccola ma originale mostra dedicata al tema dell’Annunciazione che raccoglie opere, frammenti decorativi e oggetti d’uso che vanno dal Medioevo ai giorni nostri. Di epoca medievale sono la fibbia da piviale in bronzo dorato del XIII secolo e un frammento ligneo dipinto con l’angelo annunciante dello stesso secolo. Si passa poi a un’Annunciazione a rilievo in legno di quercia di provenienza fiamminga, un frammento decorativo collocabile tra il XV e il XVI secolo, per arrivare al Cinquecento con piccole sculture lignee che rappresentano l’Annunciata.  Particolare è l’iconografia dell’ovale settecentesco (cm 11,5 x 8,5) in avorio inciso che raffigura la Vergine già in trono, con la sedia vuota posta fra lei e l’angelo, il quale al posto del giglio tiene in mano la palma, simbolo del futuro martirio di Gesù. Alcune parti, come il viso della Vergine, sono consunte, segno che si trattava di un oggetto da preghiera. Sempre settecentesco il bassorilievo in terracotta (h cm 47 x larghezza cm 53), un frammento di area emiliano-romagnola, che ritrae Maria sull’inginocchiatoio che si volta verso l’Angelo Annunciante. Si passa poi ai primi del Novecento con un’opera scultorea formata da una coppia di figure – Madonna e Angelo – in ceramica (h cm 35) di Francesco Nonni (Faenza 1885 – 1976), artista poliedrico che fu intagliatore su legno, xilografo, incisore su avorio, pittore, plasticatore e con un bassorilievo in terracotta (h cm 36) di Francesco Wildt (Milano 1868 – 1931).

Completa l’esposizione una selezione di opere di artisti contemporanei a cura della Fondazione Crocevia: Daniela Alfarano, Mauro Davoli, Massimiliano e Omar Galliani, Max Mandel, Michele Ranzini.

La mostra, aperta a nuovi contributi, è visitabile fino alla fine di febbraio. Gli orari della galleria sono: da martedì a sabato, dalle 15.30 alle 19.30.

 

Ulisse interpretato dallo scultore Giuseppe Grandi

IMG_0594 (1)Ulisse in atto di tendere l’arco dello scultore Giuseppe Grandi (1843 – 1894) è l’opera scelta per il manifesto della mostra organizzata alla Galleria di Arte Moderna di Milano (dal 23 marzo al 3 dicembre 2017) “100 anni. Scultura a Milano 1815 – 1915”, dedicata alla storia della scultura milanese dal tardo neoclassicismo all’inizio del Novecento. Una testa di Ulisse dello stesso modello, firmata dallo scultore e dalla Fonderia Battaglia, è di proprietà di Galleria Baroni. La figura intera, appartenente alla GAM, è in gesso (ne è stata prodotta una fusione in bronzo postuma, che si trova al Comune di Milano), la testa di Galleria Baroni in anticorodal, una lega metallica molto resistente. Sul retro si legge a lettere maiuscole la firma G. GRANDI e, accanto, il marchio della Fonderia Artistica Battaglia di Milano, oggi ancora attiva, con alle spalle oltre un secolo di storia in cui ha fuso innumerevoli sculture dei più importanti artisti italiani.

Con l’Ulisse, opera ancora legata all’eroicizzazione romantica del personaggio, Grandi ottenne il premio scultura per la Fondazione Canonica dell’Accademia di Brera nel 1867. L’anno successivo partecipò, vincendo, a un altro concorso per un monumento milanese, quello dedicato a Cesare Beccaria, oggi collocato all’interno del Palazzo di Giustizia. Altra opera importante “custodita” da Milano è il Monumento alle Cinque Giornate, sito al centro dell’omonima piazza: un grande obelisco circondato da cinque figure femminili, simbolo degli episodi accaduti in quegli storici giorni, completata da un leone e da un’aquila, simboli della difesa e della libertà. Anche in questo caso il lavoro gli venne dalla vincita di un concorso (indetto nel 1879 e chiuso nel 1881). La proposta di Grandi era stata l’unica di impostazione scultorea anziché architettonica. Inoltre mostrava un precoce gusto liberty che si sarebbe diffuso negli anni a seguire, sia per la scelta delle figure femminili, sia per l’attenzione naturalistica, quasi portata all’eccesso… fra gli aneddoti curiosi si legge che per riprodurre il leone egli acquistò un animale vero ad Amburgo, portandolo nel grande studio che si era fatto costruire con i finanziamenti derivati dal concorso proprio nella zona dove sarebbe stato eretto il monumento, Porta Vittoria. Il risultato fu un monumento di forte valenza simbolica e anticelebrativa, che afferma il già avvenuto allontanamento di Grandi dalla scultura monumentale convenzionale. La stessa tendenza si nota nei ritratti, sempre più lontani dalla vena storicistica e maggiormente in sintonia con l’ambiente della scapigliatura, con cui egli era in contatto. Altre sue opere a Milano si trovano al Cimitero monumentale, mentre il Duomo conserva due statue: Santa Tecla, collocata nel braccio di croce meridionale, e Sant’Orsola, sul quarto pilone a destra della navata centrale.

Benché molti milanesi non lo sappiano, Giuseppe Grandi è stato un grande scultore della fine dell’Ottocento, maestro di altri artisti, fra cui Adolfo Wildt. Ebbe una forte influenza su tutta la scultura del primo Novecento e gli è stata dedicata una piazza non lontana dal suo monumento più importante.

Per chi fosse interessato alla testa di Ulisse, contatti Galleria Baroni allo 333.2804000.

“Ulisse tending the bow” of the sculptor Giuseppe Grandi (1843 – 1894) is the work chosen for the manifesto of the exhibition organized at the Milan Modern Art Gallery (March 23 to December 3, 2017) “100 years. Milan 1815 – 1915 “, dedicated to the history of Milanese sculpture from late neoclassicism at the beginning of the twentieth century. An Ulysses head of the same model, signed by the sculptor and is owned by Galleria Baroni. The whole figure, belonging to the GAM, is plastered, the Baroni head is in anticorodal, a very resistant metal alloy. On the back, the sign G. GRANDI is written in uppercase letters and, next to it, the trademark of the Fonderia Artica Battaglia of Milan, still active today, with over a century of history in which it has cast countless sculptures of the most important Italian artists.
With Ulisse, still linked to the heroic romanticization of the character, Grandi received the sculpture prize for the Canonica Foundation of the Accademia di Brera in 1867. The following year won another competition for a Milanese monument, that dedicated to Cesare Beccaria, now housed inside the Palace of Justice. Another important work “guarded” by Milan is the Five Day Monument, located at the center of the homonymous square: a large obelisk surrounded by five female figures, a symbol of the episodes that occurred in those historic days, completed by a lion and an eagle , symbols of defense and freedom. In this case too, the work came to him from the winning of a competition (which was announced in 1879 and closed in 1881). Grandi’s proposal was the only one of the sculptural rather than the architectural setting. He also showed an early liberty taste that would spread in the years to come, both for the choice of female figures and for naturalistic attention. The result monument is strong symbolic and anti-celebration, which affirms the departure of Grandi from conventional monumental sculpture. His other works in Milan are at the Monumental Cemetery, while the Duomo maintains two statues: Santa Tecla and Sant’Orsola.
Giuseppe Grandi was a great sculptor of the late nineteenth century, a master of other artists, including Adolfo Wildt and he had a strong influence on the sculpture of the early twentieth century.
For those who are interested in Ulysses’ head, contact Galleria Baroni at 333.2804000.

 

Vanitas in… fotografia

Un bel giorno mi farò spiegare da Mauro Davoli come ha inventato una serie di “disegni”, che credevo fossero litografie a colori, che avevano come testimone un cranio, o le adorate Vanitas che sa far camminare sulla carta. Non si può credere che siano fotografie ma, tranquillamente e silenziosamente, delle opere d’arte. Le Vanitas, da Mauro portate per mano, come si fa con un adolescente, per andare a spasso sulla carta.

Così scrive lo scrittore e giornalista Giorgio Soavi in “Il cammino dei giorni”, AD, marzo 2017, a proposito delle Vanitas di Mauro Davoli, fotografo legato al mondo dell’architettura, del design e dell’arte, reporter di architetti come Aldo Rossi, Gae Aulenti, Paolo Zermani, Normann Foster, Martin Szekely e molti altri, oltre che collaboratore di riviste come “Domus”, “AD”, “Ottagono”, “FMR”, “Casa Vogue”, solo per citarne alcune; che ha esposto in mostre personali e collettive in Italia e negli USA ed è presente in importanti collezioni private e pubbliche. Le parole di Soavi sottolineano la grande abilità di Davoli nel far coincidere la fotografia con la pittura: non la imita, non si vuole sostituire, semplicemente diventa tale. Quattro sue opere d’arte, perché tali sono le sue immagini, fanno ora parte della mostra “Cuore e Vanitas” in corso in Galleria Baroni. Chi avrà modo di vederle, si accorgerà subito che la ricerca di Davoli è sulla bellezza, come racconta egli stesso:

Sono le ‘cose’ che mi interessano, o meglio, la bellezza delle cose, e la luce è un meraviglioso interprete che ci rivela questa bellezza

L’uso di una luce caravaggesca in una composizione impeccabile ed elegante, l’armonia delle forme, gli equilibri tra pieni e vuoti, la minuzia dei dettagli, il gioco dei volumi, la singolarità degli accostamenti, la ricercatezza degli oggetti, mettono in scena il “qui e ora” della Bellezza, rendendo eterno il caduco e violando ogni regola spazio-temporale come soltanto l’Arte può fare. Davoli trasfigura la realtà in arte, svelandone la dimensione metafisica, perfetta nel suo eterno presente. Stessa lettura ne dà Franco Maria Ricci nella presentazione al suo catalogo “Nature Vive”:

Direi che anche quando gli elementi rappresentati riconducono al tipo delle Vanitas (come teschi, libri, clessidre) non intendono darci avvertimenti sulla caducità del mondo ma solo ingannarci con una operazione di bravura creativa. Un po’ come accade quando un abile prestigiatore ci confonde.

Sempre delle Vanitas, così ne parla Marzio Dall’Acqua, presidente dell’Accademia Nazionale di Belle Arti di Parma, nella presentazione della mostra Theatrum Naturae, tenutasi alla Reggia di Colorno nel novembre 2009:

Le vanitas di Davoli si collegano ai quadri della prima fase del XVII secolo, alle opere dell’olandese P. Claesz e del francese J. Lenard, con il teschio posato su un piano, in un angolo di uno studio con pochi oggetti in un rapporto casuale, che in realtà corrispondono a un codice segreto o a un simbolismo criptico e cifrato che solo la lunga osservazione e riflessione riescono a sciogliere, dando alla loro presenza un senso.

Oltre alle Vanitas, Davoli ha realizzato la serie Mirabilia Naturae e Nature Vive, visibili nel suo sito www.mariodavoli.com.

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Cuore e Vanitas nella vita di una poetessa del Rinascimento

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Serata con gli autori Laura Bosio e Bruno Nacci, 28 giugno 2017, ore 20.45

Cuore e Vanitas, Amore e Morte, Eros e Thanatos sono i temi della mostra in corso in Galleria Baroni, che emergono fortemente in un romanzo di recente pubblicazione da Guanda: “Per seguire la mia stella”, scritto a quattro mani da Laura Bosio e Bruno Nacci. Protagonista una poetessa del Rinascimento, Chiara Matraini, la cui lunghissima vita (nasce nel 1515 e muore nel 1604) abbraccia quasi un secolo, il Cinquecento, caratterizzato da cambiamenti socio-culturali ed economico-politico radicali: la questione luterana, la Riforma e la Controriforma, l’Inquisizione e le persecuzioni degli eretici, i fermenti dei teologi più critici come Erasmo da Rotterdam e, sul versante economico, l’allargamento delle nuove rotte commerciali con le grandi esplorazioni iniziate nel Quattrocento, l’affermazione sempre maggiore della borghesia legata al commercio, infine la nascita della finanza in termini moderni, determinante nei giochi di potere politico. Grandi fermenti, dunque, che percorrono l’intero romanzo, e che coinvolgono anche Lucca, città natale della protagonista, che vi trascorre l’infanzia, la vita coniugale e parte della vita dopo la precoce morte del non amato marito. Questa la cornice della vicenda di Chiara Matraini, la cui umanità è indagata e narrata nei suoi vissuti di bambina e sorella, donna e amante, madre, letterata e poetessa,appassionata di arte e di musica, osservatrice e interprete del suo tempo, , per un quadro a tutto tondo di una figura femminile ben lontana da regole e convenzioni, nel coraggio di “seguire la propria stella”. Una poetessa controcorrente anche rispetto alle altre poetesse dell’epoca, perché Chiara non rientra nelle categorie femminili alle quali allora era concesso un riconoscimento letterario: non è né nobile, come Vittoria Colonna, né cortigiana, come Gaspara Stampa. Chiara Matraini è borghese, figlia di ricchi mercanti di stoffe, però caduti in disgrazia nei tumultuosi mutamenti sociali che segnano la vita politica di Lucca.

La vicenda di Chiara Matraini, tra storia e invenzione, è segnata in modo particolare dall’apparente ossimoro che anima la mostra di Galleria Baroni, Amore (cuore) e Morte (vanitas): a partire dall’infanzia, con l’amore smisurato per il fratello Luiso, morto incarcerato in una torre e ricordato da Chiara lungo l’intero romanzo, per continuare con l’amante – il “sole” delle sue rime – ucciso per una congiura misteriosa, e poi il figlio Federigo, già perso da bambino quando le viene sottratto dalla famiglia del marito e poi morto precocemente. A queste figure principali si aggiungono altri “amori”, che la longeva Chiara è destinata a perdere, come il fedele servitore Juan e l’amico-editore Busdraghi… la vita di Chiara è costellata dall’alternarsi di fine e inizio, in una trasformazione continua. Chiara si adegua, si adatta, reagisce alla Vita e si rinnova, fino alla sua stessa fine. Del legame tra i temi della mostra e il romanzo parleranno gli stessi autori, Laura Bosio e Bruno Nacci, introdotti e presentati da Sergio Baroni: mercoledì 28 giugno 2017, ore 20.45.

Appoggiò i gomiti sul tavolo e si prese la testa tra le mani. Trattenne il respiro, era spaventata. Avrebbe trovato le parole per dire al figlio, e a quel suo precettore, l’allegria, la bellezza e l’innocenza di quelle serate? Sarebbe riuscita a riflettere con loro sul bene e sul male, questi concetti così duri e così impalpabili, non secondo le convinzioni, che erano fatte per l’utilità di pochi, ma secondo un sentimento dell’esistenza più profondo e più vario? a spiegare che lei tentava di vivere nel corpo e nello spirito, che è il lato inquietante della carne e non viceversa? E che insieme a quegli amici, letterati e artisti non troppo ortodossi imparava, apriva la mente, e si ribellava al cinismo di chi aveva distrutto la sua famiglia costringendola a una vita da reclusa? Una vita falsa. Che giorni l’aspettavano? Quali punizioni per essere una donna diversa dalle donne del suo mondo e della maggior parte degli altri mondi? Per protesta, e per difesa, si era indurita, era diventata egoista, e aveva fatto soffrire suo figlio. L’avrebbe perdonata, avrebbe capito quello che a volte sfuggiva anche a lei? Forse per reazioni, scrisse sul quaderno l’inizio di una poesia che la riportava a quel giorno luminoso sul fiume.

Mentre l’aura celeste i grati odori
spargea dal suo bel lauro eletto, intorno
alle rive del Serchio, e’l mondo adorno
rendea di sue bellezze alme e d’onori..

Come potesse proseguire, l’avrebbe detto la vita.

(“Per seguire la mia stella”, pag. 145)

Laura Bosio esordisce con il romanzo “I dimenticati”, pubblicato nel 1993, che ha ricevuto il Premio Bagutta nella sezione Opera Prima. Ha poi pubblicato: “Annunciazione” (1997; nuova edizione 2008 – Premio Moravia), “Le ali ai piedi” (2002), “Teresina. Storie di un’anima” (2004), “Le stagioni dell’acqua” (2007 – finalista Premio Strega), “Le notti sembravano di Luna” (2011), “D’amore e di ragione” (2012). E’ coautrice della sceneggiatura del film “Le acrobate” di Silvio Soldini.

Bruno Nacci ha tradotto classici della letteratura francese da Chamfort a Nerval, a Pascal, di cui ha curato, tra l’altro, i “Pensieri” (1994). Su Pascal ha scritto una biografia: “La quarta vigilia. Gli ultimi anni di Blaise Pascal” (2014). Presso Archinto è uscito il racconto di un fatto di cronaca: “L’assassinio della Signora di Praslin” (2000). Con Laura Bosio ha raccolto un secolo di testimonianze sul carattere degli italiani in “Da un’altra Italia” (2014).

Laura Bosio, Bruno Nacci, “Per seguire la mia stella”, Ugo Guanda Editore, 2017 Milano

 

“Cuore, Passione, Scarnificazione” in Teresa d’Avila

andrea_satta_baroni_064“Che cosa insegna che cosa annuncia Teresa d’Avila?” esordisce Giuliana Kantzà, psicoanalista e membro della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, nel secondo appuntamento per il ciclo di conferenze legate ai temi della mostra “Cuore e Vanitas” di Galleria Baroni; e così continua: “ I pochissimi accenni che ne fa Lacan sono stati decisivi e mi hanno aiutato ad avvicinarla: ‘Teresa del godimento’, ‘una rude scopatrice’ la chiama Lacan. E questi termini così forti mi hanno accompagnata e mi hanno consentito di potermi fermare sul suo linguaggio, che è stato definito ‘un esilio semantico’, perché Teresa scrive ed e-scrive fuori dal suo scritto. Certe sue frasi sono rimaste memorabili, come Signore dammi la grazia di sopportare il godimento che mi dai. “

Teresa e la struttura femminile secondo Lacan

“Teresa è stata per Lacan una figura di riferimento nella costruzione e nell’elaborazione della struttura femminile: Lacan affermava che le donne rispetto al godimento ne hanno Bernini-Santa-Teresadi più dell’uomo, perché sono più vicine sull’asse dell’essere rispetto agli uomini, che sono più vicini all’asse dell’avere. Questa questione dell’essere pone la struttura femminile in una posizione di maggiore apertura rispetto all’amore e rispetto al godimento. Teresa viene chiamata in causa su questi due punti essenziali: amore e godimento, che per Lacan sono specificatamente femminili. Non vuol dire che sul versante maschile non vi siano, ma l’uomo rimane inchiodato al versante dall’avere che ne limita il godimento, perché rimane sul versante del prestigio dell’avere, del prestigio della posizione, del prestigio della ricchezza, del prestigio fallico: il fallo come portatore di una potenza o comunque di quelle che nella nostra società rimangono rappresentazioni di potere. In passato una donna rimaneva meno succube rispetto a questa posizione. Oggi le cose si vanno un po’ complicando, perché si pensa che una donna ponendosi nella posizione dell’essere sia meno rispetto a un uomo, mentre invece è proprio il contrario: ponendosi in questa posizione dell’essere, la posizione della donna aumenta di importanza e di valore. E soprattutto si apre alla possibilità di amare, che è la vera ricchezza che Teresa insegna.”

Linguaggio e corpo

“Il linguaggio di Teresa è scabro, essenziale, pulito, rigorosissimo e straordinario perché dice al di là di ciò che dice. Ci sono dei colloqui che lei ha fatto con San Giovanni della Croce che sono straordinari. Si racconta che dopo questi colloqui Teresa e Giovanni dovevano aggrapparsi alle sbarre dei parlatori, perché volavano via rapiti dal godimento del linguaggio del Signore. Teresa richiederebbe di parlare proprio della struttura femminile e della scrittura femminile, temi che ritengo essenziali in questo momento. La nostra vita è complicata dal fatto che noi abbiamo il linguaggio che ci costringe a domandarci, a interrogarci. Siamo stretti nel linguaggio: la prima difficoltà è il fatto di avere un corpo che non riusciamo a ridurre a linguaggio. Il nostro corpo va per conto suo, ci parla ma spesso ci parla spesso attraverso sintomi di malattia, di malessere, di disagio che noi non sappiamo tradurre. Il linguaggio del corpo è spesso in antitesi con il linguaggio della parola, che tende a ridurre la portata del corpo. Oggi abbiamo una raffigurazione del corpo ornata, vezzeggiata, una raffigurazione che è come se fosse la perdita contemporanea di questo peso e di questa bellezza del corpo. Non si è padroni del proprio corpo e anche qui Teresa insegna molto. Lei era molto bella e quando fra Giovanni della Miseria la ritrasse a Siviglia, lei viveva un periodo difficilissimo, ma pur recalcitrante, si forzò di rimanere ferma per farsi ritrarre e quando il quadro fu finito, disse ‘mi hai fatta stare ferma e poi mi hai fatto brutta e con gli occhi cisposi’. Teresa aveva una capacità straordinaria di parlare con il Signore come solo le mistiche lo sanno fare e va sottolineato che, mentre ci sono tantissime mistiche, abbiamo pochi mistici. Perché è questo versante dell’essere che permette alle donne di dire l’amore. “

Decostruzione, smarrimento, angoscia, salvezza

Con le parole dei poeti vi è il tentativo di ricercare una forza che oggi sembra perduta, perché il nostro contemporaneo è molto segnato da una decostruzione del padre. Ed è soprattutto questa decostruzione del padre che porta a uno smarrimento generalizzato. Bisogna cercare di lavorare questa difficoltà del periodo in cui viviamo, soprattutto considerando che ciascuno di noi fa parte di quello che noi stiamo vivendo. Per poter citare una speranza di salvezza bisogna che cerchiamo di ricreare un legame sociale, è l’unica possibilità di salvezza che noi abbiamo e dobbiamo cercare di ricostruirlo, cercando una soluzione nuova e alternativa. Voglio ricordare il libro di Anna Harendt “La banalità del male”, in cui la Harendt scriveva che ci saremmo trovati di fronte a un mondo in cui non ci sarebbero più stati cittadini ma umanità superflua; quell’umanità che sarebbe stata sovvenzionata dalle casse statali, ma che non avrebbe mai stabilito una vera azione con l’altro, un legame sociale e politico, che è l’unica cosa che possa farci uscire da questo mare grigio. E questo lo dobbiamo fare attraverso il linguaggio dell’arte, aprendoci anche alle incertezze. Tra gli insegnamenti più forti di Teresa c’è quello dell’angoscia e Teresa dice che per quanto abbia avuto malattie gravissime e che dal giudizio dei medici sia stata più volte in punto di morte, non ha mai provato un dolore così grande come quando ha provato gli attacchi di angoscia, che sono quando dentro di lei c’è il vuoto. Il vuoto le produce un’angoscia insopportabile, intollerabile. Lei però a noi insegna di non sfuggire al dolore e alla sofferenza. Cerchiamo di patirlo come soggetti, di attraversarlo, pensando che l’angoscia è anche il deserto, certo doloroso, ma che ci porta verso una sorgente d’acqua che ci aspetta. Però quel dolore lo dobbiamo attraversare. La passione e la morte sono indicazione di questo percorso, perché tra la passione e la morte c’è come l’atto della vita. Questi due momenti ne rappresentano l’inizio e la fine. In mezzo c’è la possibilità di vita, di amare, di godere, di potersela giocare e non di farla passare come acqua che scorre, di trovarci un senso. Perché oggi è difficilissimo: è come se le nostre pretese aumentassero ogni giorno, spostando il punto del godimento.

tersa fra angoscia e godimento

Giuliana Kantzà

Psicoanalista, membro A.M.E. della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi. Ha insegnato Storia della Psichiatria presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Perugia e Psicopatologia e Psicoanalisi presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Milano. Attualmente è docente all’Istituto Freudiano, Sezione di Milano. Ha pubblicato diversi testi, fra cui Althusser. Storia di un uxoricidio (1994); Passione dell’amore, passione dell’odio (1999); Il Nome-del-Padre nella psicoanalisi Freud Jung Lacan (2008); Tre donne e una domanda: Hannah Arendt, Simone Weil, Edith Stein (2012). Vive e lavora a Milano.

Ha scritto “Teresa fra angoscia e godimento”, che così presenta: “Teresa deposita nei suoi scritti straordinari il desiderio che la anima, su cui mai non cede, anche nella strettezza dell’angoscia. Anzi è proprio attraverso questo duro percorso che arriva al nodo desiderio-amore-godimento. Figura esemplare, costituisce una traccia di lavoro per le donne del nostro tempo, un tempo in cui il coraggio è necessario.”

Credevo fosse un gatto invece era una lonza

Pubblico con grande piacere il contributo alla mostra “Frammenti danteschi” di un’amica, Elisabetta Gulli Grigioni, scrittrice ed esperta di simbologia e iconografia agiografica e dantesca, che conosco da tanti anni. Nel mio lavoro di esperto di arti decorative, Elisabetta è spesso una fonte importante di informazioni. Originale questo suo commento alla mostra, che a mio parere ne coglie appieno lo spirito.  Sergio Baroni

Credevo fosse un gatto invece era una lonza. Pensieri sui casi “danteschi” di via Madonnina

In questi primi mesi dell’anno 2016 un filo immaginario corre lungo un altrettanto immaginario percorso Milano – Ravenna portando a noi della Felix città buone novelle circa un evento dilazionato nel tempo o, come si usa oggi dire, work in progress, che si sta svolgendo nella galleria milanese di Sergio Baroni in Via Madonnina, luogo elegante nel cuore della città, da molti anni aperto all’incontro di intelligenze, di passioni antiquarie e di filosofiche conversazioni, tra oggetti belli, bellissimi o preziosi cronologicamente sbocciati nel Tempo ieri, oppure cinquant’anni o qualche secolo fa. Il titolo della mostra è Frammenti Danteschi, ma non si consideri il ricorso alla parola frammenti quale elegante espediente per sottrarsi all’impegno di una personale e ben definita elaborazione estetica, favorito dalla disponibilità professionale dei materiali antiquari. Nel suo svolgersi accompagnato da iniziative ispirate alla musica, alla letteratura e a ogni tipo di sollecitazione creativa, l’esposizione rivela infatti tensioni solidali nel guardare all’Oggetto Principe motore delle iniziative raffinate e originali che, in divenire, modellano l’eclettico evento: Dante Alighieri cioè, che pur giacente nelle sue spoglie mortali a Ravenna, quasi centrale atomica irradiante energia intellettuale nella Penisola, ispira strenue esegesi, avventurose invenzioni, indomite e prestigiose letture accanto a recite inesperte (ma di infantile o di entusiastica audacia), magnifici dipinti, avveniristici fumetti, disegni acerbi di elementare fascino scolastico e infinite altre fantastiche sperimentazioni.

Il filo che lega le due città trae sostanza nella biografia del Professor Baroni stesso che, originario del Ravennate, mantiene vivo il legame con le proprie radici e con il clima di crescente fervore celebrativo diffuso dalla ricorrenza, che cadrà nel 2021, dei 750 anni dalla nascita del Poeta. Nelle conversazioni di questi giorni sul filo telefonico mi è parso di poter riconoscere in Sergio Baroni una passione culturale avvolgente ogni nuovo oggetto ‘dantesco’ acquisito di attenzioni antropologiche e psicologiche capaci di promuoverlo a esemplare unico e inimitabile, al di là di ogni possibile valore attribuibile. E ciò è in sintonia con il ‘dantismo’ ravennate di questi tempi in cui ogni approccio al Poeta si configura come incontro unico e irripetibile (ripenso con emozione al mio Lauro Dantesco ad Honorem nella chiesa che vide i funerali di Dante), per una sorta di tocco magico ultraterreno.

Sui fatti di via Madonnina già fioriscono gli aneddoti: si narra ad esempio che un signore, dotato di colto umorismo, osservando dall’esterno Gatto Giovino Baroni in elegante riposo tra i cimeli danteschi posati in mostra, sia entrato in galleria chiedendo nell’indicare il fiero animale: “ Ma quello è la lonza?”. E veramente della lince Giovino, robusta razza norvegese, ricorda le fattezze pur con la scomparsa, sul bianco mantello, delle macule lussuriose: forse per purgatoriale candeggio o per segreto contrappasso solamente noto alla “lonza” e al Poeta? Ma in ogni caso l’episodio è degno di inaugurare un inedito e disinibito dizionario dell’approccio a Dante Alighieri.

Elisabetta Gulli Grigioni

 

Elisabetta Gulli Grigioni, laureata in filosofia all’Università di Padova, risiede da molti anni a Ravenna, città in cui si è dedicata all’insegnamento. Impegno costante di tutta la sua vita è stata la raccolta e lo studio di oggetti e documenti grafici legati alla tradizione popolare e all’uso di simboli, in particolare del cuore e sulle agiografie religiose data la sua ricca collezione di “santini”. Su questi argomenti, dal 1972 a oggi ha pubblicato libri e articoli in varie riviste specializzate: Lares, il Santo, Il lettore di provincia, Schema, La gola, Charta. Ha collaborato a mostre in varie città italiane e alla realizzazione dei rispettivi cataloghi: Padova (Centro studi Ambrosiani), Milano (Fondazione Mazzotta), Bari (Castello Svevo). Nell’ambito della XX rassegna di conversazioni e letture internazionali “La Divina Commedia nel mondo” le è stato consegnato il riconoscimento speciale “Il lauro dantesco ad honorem”.

Incontro con lo scultore Peter Porazik

Per la mostra “Frammenti danteschi” Galleria Baroni ha ospitato la scultura in marmo “Metamorfosi” dell’artista slovacco Peter Porazik. Nell’opera si può leggere la stessa trasformazione vissuta dal Poeta nel suo viaggio dall’Inferno al Paradiso: gambe umane sporgono da una roccia – Dante seduto in una delle soste durante il passaggio nei gironi infernali – ma anziché proseguire nella parte superiore del corpo si dissolvono fra aria e roccia. La loro materia si trasmuta, alludendo al corpo umano del Poeta che nell’ultima cantica si dissolverà – questa è la sua percezione –  per entrare nella nuova dimensione, quella della contemplazione.

Abbiamo incontrato Peter Porazik alla Galleria Baroni e abbiamo colto l’occasione per conoscerlo meglio.

Quando nasce la tua passione per l’arte?

Da bambino. Avevo un nonno che disegnava benissimo e un padre architetto e quando iniziai a disegnare si aprì davanti a me una strada chiara, dalla quale non mi sono mail allontanato. Anche se la cosa buffa è che non ho preso in mano una matita fino all’età di quattro anni, nonostante gli incoraggiamenti di mio padre.

Ci racconti il tuo percorso di studi?

Ho frequentato il liceo artistico a Bratislava, dove mi sono dedicato alla pietra, materia in cui mi sono specializzato. Ricordo che non mi staccavo mai dai miei strumenti di lavoro, nemmeno di notte, li consideravo magici. Subito dopo il liceo artistico sono entrato in Accademia, sempre a Bratislava. Erano i tempi in cui, per reazione al realismo socialista, i percorsi tradizionali erano stati spazzati via in favore di un eclettico sperimentalismo contemporaneo. Ma sia io sia molti miei compagni sentivamo la mancanza di basi culturali, delle nostre radici, di una preparazione accademica al modellato. E così facemmo pressione perché venisse reintrodotta una formazione più tradizionale, senza ovviamente l’influenza politica di prima. Con nostra grande soddisfazione, questo cambiamento fu introdotto. L’ultimo anno, prima di diplomarmi, ho studiato per quattro mesi all’Accademia di Belle Arti di Varsavia, dove sono tornato dopo il diploma come assistente del rettore all’atelier di scultura. Ero stato invitato dallo stesso professore con cui avevo studiato prima di diplomarmi, Adam Myjak.

Mentre lavoravi in Accademia hai partecipato a simposi internazionali…

Sì, nello stesso anno in cui mi sono trasferito a Varsavia, il 1999, ho partecipato al III Simposio Internazionale di Scultura di Antalya, in Turchia. Precedentemente avevo partecipato a un Simposio in Austria, nel 1994, e in Romania, nel 1998. In seguito, ho partecipato ad altri simposi: in Cina (2001) e nella Repubblica Ceca (2003).  Negli stessi anni ho realizzato opere pubbliche per la Polonia, insomma avevo una carriera ben avviata, ma il lavoro in accademia mi stava un po’ stretto, non mi permetteva di sperimentare, di fare ricerca e di lavorare ai miei progetti personali. Sentivo che non sarei potuto crescere come desideravo. Così, assieme a mia moglie, anche lei scultrice, abbiamo deciso di mollare tutto e di partire per l’Italia. Una vera e propria avventura… E un nuovo inizio.

Raccontaci dell’Italia.

Abbiamo trascorso qualche anno a Roma, dove ho partecipato alla mostra collettiva “Giorni di Unione Europea”, ma il lavoro non decollava, perlomeno non come volevamo noi. In seguito ci siamo trasferiti in Sicilia, vicino a Palermo. Ho lavorato a molti arredi destinati alle chiese: la Chiesa San Pietro e la Chiesa Regina Pacis di Caltanissetta; la Chiesa Sacro Cuore di Gesù di Gela (CL), la Chiesa Santa Maria di Nazareth di San Cataldo (CL), la Basilica di San Pietro a Riposto (CT), la Chiesa Madre San Leonardo Abate di Serradifalco (CL). Statue, un fonte battesimale, trittici e dittici, arredi liturgici, sculture per portali, balaustre, pannelli, acquasantiere… in Sicilia sono molto sensibili all’arredo sacro, che tra l’altro è un filone in cui mi riconosco. Poi però mia moglie si è trasferita a Mandello del Lario, in provincia di Lecco, per motivi familiari e io, non appena ho potuto, l’ho seguita. Qui abbiamo fondato un laboratorio di arte, il Laboratorio Porazik, dove nel 2014 abbiamo organizzato un piccolo simposio di scultura locale, “Mandellarte”, che ha coinvolto i giovani del territorio, portando l’attenzione a una cava del marmo nella zona lariana, che è quella di Musso. Non è più in uso, ma è molto importante perché il suo marmo riveste tutto il Duomo di Como.

Dicono che la tua arte sia spirituale, ti riconosci in questa definizione?

In un certo senso mi ci ritrovo. La spiritualità è la matrice comune a ogni essere umano, lo vediamo anche nel viaggio della Commedia Dantesca, che è un viaggio interiore e spirituale. Non mi riconosco però in uno stile preciso e nemmeno mi interessa. Mi piace esprimermi per come mi sento in quel momento e, dato che la vita è in continuo movimento, mi esprimo in modi diversi, anche se la mia mano è ovviamente riconoscibile. L’importante per me è partire da un’idea e trovare la forma per quell’idea, il formalismo e la replicabilità non mi interessano. Mi hanno anche detto che le mie opere sono meditative. Sicuramente ho uno stile essenziale, che richiama un atteggiamento di ascolto e contemplativo, ma anche ludico e ironico. Mi piace giocare, combinare i contrasti, così come si integrano nella vita: la meditazione e la spiritualità sono serie e leggere al tempo stesso, portando a un sorriso distaccato. La spiritualità per me non è avulsa dal contesto materico, dall’ambiente circostante con cui si fonde e si trasforma: la natura, la città, la società, le culture. Mi sento in perenne ricerca e movimento, laddove movimento non significa incostanza o frammentazione, bensì trasformazione ed evoluzione, in una parola “Metamorfosi”, come la scultura esposta per la mostra “Frammenti danteschi”.

Livia Negri

 

Lectio Dantis per il Fuorisalone

Un evento alla Galleria Baroni che segna la prima tappa della mostra in progress dedicata a Dante, alla sua influenza nell’immaginario collettivo e al suo viaggio interiore.

Il 13 aprile il viaggio dantesco di Galleria Baroni segna la prima tappa, con un happening per il Fuorisalone: Looking for Dante, looking for Beatrice, dalle 18.30 alle 22.00.

Sotto gli Occhi di Beatrice, opera fotografica di Laura Panno, si svolgerà una lectio dantis (ore 21.00) a cura di Alberto Cristofori, che indagherà gli unici due canti prima del Paradiso in cui compare la donna amata dal Poeta: il II canto dell’Inferno e il XXX-XXXI del Purgatorio. Da ideale stilnovistico, oggetto di desiderio, la donna amata si trasforma nell’ultima cantica in soggetto amante, soccorritrice, guida e i due canti scelti per la serata preannunciano questa trasformazione finale. E’ un processo evolutivo che va di pari passo con quello vissuto dal Poeta, in galleria testimoniato dalla scultura in marmo Metamorfosi dello scultore polacco Peter Porazik, uno degli ultimi arrivi fra i contributi che alimentano questa mostra in divenire. Ai vizi umani allude invece l’opera di Bertozzi e Casoni, il grande pannello Composizione Scomposizione n. 1 in ceramica policroma del 2007, alta più di 2 metri. Infine, un tocco tra il ludico e il nostalgico: la gigantografia di Mike Bongiorno vestito da Dante, ricordo di una campagna pubblicitaria. A corollario dei pezzi contemporanei, rimane il nucleo dell’esposizione dedicato all’influenza di Dante attraverso i secoli: dall’olio su tela del XVII secolo con i rappresentanti del Dolce Stil Novo, Dante in testa, ispirato a quello di Giorgio Vasari al Minneapolis Institute of Art, a una Divina Commedia in micrografia incisa su metallo di soli cm 3×4; dal busto di Caronte in terracotta a finto bronzo di Tullo Golfarelli (1852 – 1928) al pannello in ceramica di Angelo Biancini (1911-1942) dedicato a Paolo e Francesca; e ancora, incisioni, disegni, busti-fermacarte, medaglioni, incisioni, ceramiche e altri oggetti decorativi in omaggio a Dante e alla sua opera. Fra opere d’arte e curiosità, emerge con forza l’eredità di Dante per l’uomo moderno, chiamato a percorrere lo stesso viaggio interiore per trovare la “dignità del suo compito divino, creativo, in terra”, come scrive Adriana Mazzarella in “Alla ricerca di Beatrice” cui la mostra è dedicata: “L’uomo, attraverso la sua azione, permette al Dio che vive in lui – il Sé – di manifestarsi e quindi di conoscersi.” (www.adrianamazzarella.it).

La serata del 13 aprile si inserisce in un’iniziativa che vede partecipare tutta via Madonnina, con aperture straordinarie e intrattenimento musicale.

La mostra “Frammenti danteschi”, proseguirà il suo viaggio fino a giugno, con altre tappe e nuovi contributi.

Orario: dalle 18.30 alle 22.00. Lectio Dantis: ore 21.00

 

Galleria Baroni e gli Amici della Scala

E’ dallo scorso anno che abbiamo rafforzato il nostro rapporto con gli Amici della Scala, dedicando una mostra all’apertura scaligera del 7 dicembre, “Fidelio riflesso in terracotte”, e partecipando all’incontro annuale per la presentazione dei libri pubblicati dall’Associazione su temi della cultura musicale e teatrale. Quest’anno la presentazione si è tenuta il 25 novembre scorso, alla presenza del sindaco Giuliano Pisapia, dell’Assessore alla Cultura Filippo Del Corno e di figure d’eccezione del mondo della cultura e dell’arte, come Carla Fracci, Renato Bruson, Oriella Dorella, Luciana Savignano, Giulia Lazzarini, Ezio Frigerio e altri.


Cinque i libri presentati a cura di Vittoria Crespi Morbio: innanzitutto “Titina Rota. Teatro Cinema Pittura“, per la collana “Sette dicembre”. Milanese di nascita, cugina di Nino Rota, Titina Rota si dedica a disegni pubblicitari e negli anni Trenta è, a detta di Prampolini, la maggiore costumista italiana. Volitiva e grande lavoratrice, è parte attiva di quella straordinaria ventata di novità che coinvolge il teatro italiano ed è stata anche una costumista del cinema, nel periodo dei “Telefoni bianchi”, vestendo dive leggendarie.
Per la collana “Artisti dello spettacolo alla Scala”, sono stati presentati quattro libri: “Umberto Brunelleschi alla Scala“, “Ebe Colciaghi alla Scala“, “Mario Cito Filomarino alla Scala” e “Alberto Savinio alla Scala“. A eccezione di Savinio, gli altri sono nomi sconosciuti ai più, ma di grande prestigio per la Scala. Umberto Brunelleschi fu famoso negli anni Dieci del Novecento soprattutto in Francia, a Parigi, dove disegnò centinaia di figurini per le ragazze delle Folies Bergère. A lui Puccini affidò i costumi di Turandot quando la stava componendo, ma, fatto curioso, Brunelleschi non fece in tempo a consegnare i figurini. Ebe Colciaghi è stata a lungo la costumista di riferimento di Giorgio Strehler per la produzione del Piccolo Teatro e della Scala e ha firmato i costumi di spettacoli storici, come quello di Margherita Carosio nella Traviata del 1947 e quello di Maria Callas nella Lucia di Lammermoor del 1954. Mario Cito Filomarino, artista raffinato, spirito libero, fu tra i primi disegnatori a diffondere in Italia lo stile Déco, superandolo già negli Anni 20 per seguire un proprio stile fantasioso, immaginario, non catalogabile.
Ogni monografia di Vittoria Crespi Morbio è un gioiello, non solo di bellezza e di grafica, ma anche di ricerca. Grazie alle cronologie degli spettacoli, alle note bibliografiche e, naturalmente, alle tavole e ai disegni, Vittoria riesce a creare ritratti precisi e raffinati non solo con le parole, ma anche con la diversità della grafica, persino attraverso i colori della carta. Sul palco, assieme a lei, c’erano i figli di due degli artisti cui sono dedicate le monografie: Ruggero Savinio e Davide Mengacci, figlio di Ebe Colciaghi, per momenti di grande emozione nel ricordare figure di così alto profilo culturale.
Un grazie agli Amici della Scala per il loro lavoro, che seguiamo sempre con molto interesse.

Foto copyright Ph De Bernardi